Pensieri Randagi

Ovvero
ciò che devo scrivere per liberare spazio in testa

Parlate al conducente.

Come ogni giorno sorge il sole sulla grande città grigia.
Ma ciò non ci interessa.
Come ogni giorno i pullman, carichi di pendolari, ne invadono le strade.
Ma neanche questo ci interessa granché.
Si dà il caso però che sul predellino di uno di quei pullman si sia appena posato un piede femminile;
e se forse potrebbe non interessarci un singolo piede su un singolo autobus dell’enorme numero di quelli che stanno raggiungendo la grande città grigia baciata dal sole, di certo ci interessa la ragazza cui il piede appartiene.
Lei si chiama Francesca, ha 19 anni, ha lunghi capelli biondi e un viso simpatico, ogni giorno si reca in città per frequentare il corso di Beni Culturali all’università.
Inoltre Francesca si veste di verde se si sente allegra e di grigio se invece è di malumore, quando sorride quasi socchiude gli occhi, se è nervosa gioca con i braccialetti che le adornano i polsi, durante il viaggio appoggia la testa al finestrino ma non si addormenta mai, se è di fretta fa colazione sul pullman con una brioche vuota, è silenziosa e spesso passa il viaggio a disegnare sul suo taccuino o, nel periodo di esami, immersa nei suoi libri di Arte e Architettura, senza alzare gli occhi fino all’ultima fermata quando, grigia o verde come è salita, ridiscende dal pullman per infilarsi nel cunicolo della metropolitana.
Questo è tutto ciò che Matteo sa di lei.
Potrebbe non sembrare molto senonché tutte queste cose le ha imparate senza mai rivolgerle la parola e non perché sia eccessivamente timido o abbia altri impedimenti; Matteo è, infatti, l’autista del pullman che Francesca prende ogni mattina e, in quanto tale, porta sulla testa una condanna senza eguali:
“Non parlate al conducente”.
Lui questa regola l’ha sempre presa sul serio e, in 5 anni di lavoro, non ha mai scambiato una parola con nessuno dei suoi passeggeri, osservando il suo codice d’onore come un cavaliere di altri tempi.
Poi era arrivata lei.
Di colpo quella piccola regola cui era sottoposto gli si abbatté sopra come un’inumana costrizione che lo separava da quella ragazza che invece lo attraeva irresistibilmente.
Così Matteo aveva cominciato ad attaccarsi a ogni piccolo espediente, per poter anche solo immaginare di conoscerla: aveva cominciato a osservare i suoi piccoli gesti attraverso lo specchietto retrovisore, affidando a pochi centimetri quadrati di superficie riflettente un compito ben più arduo di quello inteso dal suo ignaro progettatore ma presto si trovò a voler di più.
C’è una sola parola che permette di infrangere la barriera che imprigiona l’autista, una piccola chiave capace di aprire la sua gabbia: “Biglietto”, tre semplici sillabe, rivolte per anni a migliaia di pendolari, esasperate fino a perdere il loro senso originario ma che ora un senso lo acquistavano eccome: l’unica via per arrivare a Francesca, il solo spiraglio attraverso il quale ricevere quello che più di tutto desiderava: il suono della sua voce.
Per questo Matteo passava le giornate davanti allo specchio, variando intonazione ed espressione fino allo sfinimento: una richiesta, un’imposizione, una pigra domanda, una provocante proposta.. quale di queste avrebbe potuto suscitare un’anche minima reazione?
Le aveva provate tutte, ottenendo al massimo un sorriso che, malgrado fosse bello da far male agli occhi, aveva già visto tante volte attraverso lo specchio.
Gli era però rimasta la sua ultima cartuccia, l’espressione su cui puntava di più: un ampio sorriso cordiale, un piccolo “ah” prima della magica parola e un inflessione quasi confidenziale, da vecchio amico che ti rivede da tempo, il tutto culminato da un quasi impercettibile movimento del sopracciglio sinistro su cui aveva lavorato per dei giorni.
Non poteva fallire.
Così, mentre il pallido sole invernale illuminava la grande città grigia, su quel pullman tra i tanti per strada quella mattina, mentre un piede conosciuto si posava sul predellino, Matteo era seduto al suo posto, con un sorriso smagliante, il sopracciglio perfettamente inarcato.
Purtroppo quello che era destinato ad essere il più bel “Biglietto” della sua carriera gli si fermò in gola, senza poter salire né scendere, quando vide la grossa scarpa che seguì il piedino tanto aspettato.
L’aveva già visto quel ragazzo, vent’anni, viso serio e capelli scompigliati, ma non gli aveva mai prestato troppa attenzione, ora invece la meritava tutta, mentre teneva una mano sulla vita di Francesca e le parlava ridendo all’orecchio.
I due gli passarono velocemente davanti, obliterando il biglietto al volo e andandosi a sistemare nella prima fila di sedili, in piena visuale dello specchietto; per tutto il viaggio si tennero stretti, come solo i ragazzi sanno fare, sorridevano, si parlavano e ridevano.
Si parlavano.
Lei gli parlava, e pure tanto.
Quella voce, che per tanto tempo aveva desiderato ora si era prostituita per quel ragazzo che non aveva dovuto fare niente per guadagnarsela.
Quella voce, ora, Matteo la poteva ascoltare ma era sgradevole e gli perforava i timpani; per tutto il viaggio il fitto chiacchiericcio dei due gli ronzò nelle orecchie, senza fermarsi nemmeno un minuto, una volta arrivati a destinazione Matteo si lasciò cadere con tutto il corpo sul volante, distrutto.
Se non avesse voltato la testa non sarebbe successo niente, avrebbe parcheggiato il pullman, sarebbe andato al bar della stazione con i colleghi che ormai da 5 anni incontrava e la giornata sarebbe andata avanti, veloce fino a casa dove avrebbe potuto sdraiarsi e pensare.
Purtroppo si girò.
“Arrivederci”  gli disse il ragazzo mentre si apprestava a scendere a seguito di Francesca, fu allora che tutto accadde.
Con una mossa fulminea fece chiudere le porte e le bloccò intorno alla caviglia del giovane, quasi volesse tenere con sé quel piede cui erano attaccate tutte le sue sventure; incrociando il suo sguardo sorpreso il viso di Matteo si sformò in un grottesco sorriso, il sopracciglio sinistro arcuato innaturalmente: “Non si parla al conducente” sibilò, mentre schiacciava a fondo il pedale dell’acceleratore.

“e l’autista?”
“è ancora sotto shock, non riusciamo a farlo rispondere alle domande”
“non parla?”
“no, per parlare parla..pure tanto..solo non risponde..continua a ripetere una frase”
“cosa dice?”
“parlate al conducente..o qualcosa del genere”
“strano”
 

sechiudogliocchivedoimostri ha chiesto: Bei racconti!! (:

Ma grazie =) anche il tuo blog è interessante!

Piccoli uomini e grandi passi (Quinto Racconto)

Prossimo treno per Comasina.
Tempo di attesa: 5 minuti.

Perfetto.

Luca era fermo sulla banchina, il piede sinistro dietro la linea gialla di sicurezza e quello destro a lambirne il bordo, senza il coraggio di andare oltre nè la risoluzione per allontanarvisi.
Non c’era quasi nessuno ad aspettare la metropolitana: una coppia sorridente assorta nei loro pensieri, un giovane uomo perennemente attaccato al telefono e una signora con un bambino attaccato alla gonna.
Di tutti questi solo il piccolo manifestava l’interesse e le domande inespresse verso Luca e il suo viso in parte bendato.

Erano ormai passati due mesi dall’incidente ma le immagini ancora apparivano vivide davanti ai suoi occhi ogni volta aveva la malaugurata idea di chiuderli.
La lunga strada illuminata a stento dal piccolo fanale, la brusca curva e l’impatto con la grossa macchina apparsa dal nulla.
Poi le fiamme.
Ricordava perfettamente anche quando il dottore gli aveva posto per la prima volta davanti agli occhi la sua mostruosa immagine, irreale nel piccolo specchio metallico,
voleva piangere, ci aveva provato, ma il suo occhio destro non ne era più in grado.

Il piccolo continuava a fissarlo, eclissando periodicamente il viso dietro le gambe della madre, quando Luca gli sorrise si agitò ulteriormente, cosa che gli procurò un severo richiamo.

Meglio, gli sarebbe spiaciuto  saltare sotto gli occhi di un bambino.

Aveva provato ad andare avanti come nulla fosse ma gli era impossibile:
il mostro lo perseguitava ovunque si voltasse, aveva coperto gli specchi in casa ma da ogni vetro giungeva, impietoso, il ricordo di ciò che era diventato.

Così si si era rassegnato, ora un solo piccolo passo lo separava dalle moderne rotaie elettrificate della metropolitana.
Piccolo ma, senza dubbio, il più lungo che avesse mai fatto.
Luca chiuse gli occhi e dimenticò.
Dimenticò la strada e le fiamme, dimenticò il mostro e le lacrime mancate, dimenticò la metro e la linea gialla
e fece il passo.
Fece il passo e sbatté contro qualcosa di duro e freddo.
Aprì gli occhi e si vide ancora nel vetro del treno, sostenne dolorosamente il suo stesso insopportabile sguardo fino a quando le porte si aprirono sibilando, regalandogli sollievo. 
Fu allora che la vide.
Avrà avuto al massimo 25 anni, i capelli scuri legati in una coda lasciavano vedere un viso dolce e intelligente, ingentilito da lentiggini.

Luca si fermò, senza fiato.
La vista della ragazza aveva cancellato ogni dolore dal suo corpo e dalla sua mente e ora, in estasi, continuava a fissarla, temendo che, se non avesse goduto ora di ogni goccia di quella medicina miracolosa, non avrebbe mai più avuto altra occasione.
La ragazza evidentemente si accorse di quel bizzarro spettatore, con un piccolo passo si mise esattamente davanti a lui e, fissandolo dritto negli occhi..
“Dai Belfagor, fuori dal cazzo”.
I pendolari, nella loro folle corsa, sciamarono intorno a quel manichino mascherato ed immobile urtandolo e insultandolo senza ottenere alcuna reazione, quindi le porte si richiusero e il treno scomparve velocemente nella galleria.

Prossimo treno per Comasina
tempo d’attesa: 10 minuti.
Perfetto.
 


  

Lasciami

Lasciami libero
Lasciami felice
Lasciami credere che sia come si dice
Lasciami sperduto
Lasciami sognante
Lasciami essere, a volte, più distante
Lasciami leggero
Lasciami sbagliare
poi lasciami da solo
ma non ti allontanare

L’ho scritta al volo millenni orsono
l’ho ritrovata oggi e, malgrado non sia niente di particolare, mi piace ancora.

Punto, a capo.: Il valore della vita tra dono e diritto - 2009

Vi rebloggo un racconto di una mia carissima amica e vi invito a fare un salto sul suo blog che davvero merita la vostra attenzione.

Sono racconti di emozioni e passioni fortissime che lei ben sa come trasmettere, dateci un occhio e poi ditemi, io garantisco.

puntoeacapo:

Caldo, caldo afoso, caldo immobile, caldo che ti affanna e ti stritola la pancia. Continui, resisti, forse passerà, stringi i denti e vai avanti ma, cavolo, se fa caldo. Forse è meglio riposarsi un po’. Una goccia ti solletica il viso; è quel sudore energico, deciso, attivo, è quel sudore che…

8 mesi fa - 4

Piccoli uomini e grandi passi (Quarto racconto)

Mark Dean.
Queste le due parole che tormentavano Oliver.
Mark Dean e la sua irresistibile personalità.
Mark Dean, la sua irresistibile personalità e le sue disgustose scarpe a punta.
Dal primo giorno in cui aveva varcato le soglie dello studio legale Anderson e Soci era stato impossibile non notare entrambe le cose ma col passare del tempo il suo carisma si era imposto sui suoi gusti nel vestirsi ed era diventato il beniamino di tutto l’ufficio.
Questo era il suo più grande talento e la cosa che maggiormente faceva imbestialire Oliver: Dean era un magnete naturale per l’attenzione.
Tutto quanto in lui, dal ciuffo impomatato a quelle scarpe blu che urlavano vendetta al cielo, attirava l’attenzione della gente che lo circondava facendo scomparire tutto il resto. Oliver compreso.
Inizialmente però la cosa non lo preoccupava, daltronde la sua maggiore esperienza lo poneva in netto vantaggio su quell’apprendista e di certo non sarebbero bastati un paio di sorrisi a mettere in pericolo la sua posizione di avvocato di punta dello studio, ottenuta con quindici anni di duro lavoro, una lunghissima maratona durante la quale si era posizionato saldamente in cima alla classifica.
Ma Mark Dean correva come un centometrista.
Nel giro di sei mesi si era già guadagnato un contratto a tempo indeterminato sotto diretta richiesta del vecchio Anderson in persona ed era diventato assistente personale di Oliver, rendendo il loro occasionale incontro nei corridoi una lunga e incessante tortura cinese.
“Buongiorno signor Jackson” “Salve Mark” “Le ho preparato le pratiche per il caso Minelli, le ricordo che l’udienza è tra due settimane” “Molto gentile Mark” “Ho notato un paio di errori di impostazione, mi sono permesso di correggerli” “Grazie Mark” “Dovere, ora vado, mi chiami se le serve qualcosa” “Lo farò, arrivederci Mark”, Oliver si schiantò sulla sedia, si rialzò per riaprire la finestra e risedette boccheggiando.
Sciolse il nodo della cravatta e si ritrovò a camminare in circolo per la stanza cercando dunque di riprendere la calma con lo stesso secolare metodo col quale i cani cercano di prendersi la coda.
Il risultato non era soddisfacente, si sedette di nuovo.
Aveva commesso un errore, un errore banalissimo e di poco conto ma aveva offerto il fianco per una stoccata che non si era fatta attendere, sapeva bene di non potersi permettere altri errori.
L’anno che seguì fu davvero una maratona, Oliver tentò di mantenere il proprio passo ma Dean era visibilmente più veloce, con le sue scarpe a punta e il sorriso sempre stampato sul viso macinava guadagnava implacabilmente terreno, costringendo il primo avvocato dello studio ad accelerare disperatamente il passo.
Fu allora che avvenne il sorpasso.
“Grazie di essere venuto così tempestivamente Oliver” “Si figuri signor Anderson, cosa voleva dirmi?” “Evitero i giri di parole, negli ultimi tempi ti ho visto un po’..diciamo sovrappensiero. Stai commettendo tanti piccoli errori e vorrei sapere cosa sta succedendo” “Signor Anderson ho lavorato in questo ufficio per tanti anni e..” “La tua posizione non è in discussione Oliver” lo interruppe glaciale il vecchio “voglio solo che tu mi dica cosa hai per la testa” Oliver tirò un sospiro di sollievo “Sto semplicemente lavorando un po’ troppo, desidero solo fare il mio lavoro” “Ed è per questo che vorrei che tu ti prendessi una pausa momentanea, nel frattempo il signor Dean prenderà in mano le tue cause” Oliver voltò lentamente lo guardo e incrociò quello del giovane, che fino ad allora era rimasto a guardarsi quelle orribili scarpe: sembrava seriamente dispiaciuto ma questo ad Oliver non interessava: “Spero non ci siano rancori, signor Jackson” “Ammazzati Mark”.

Così ora, sul cornicione del suo ufficio, Oliver rifletteva su come la sua intera vita fosse stata annullata da Mark Dean, come nel giro di un anno e sei mesi l’aveva fatto passare da primo penalista di uno degli studi più prestigiosi della città a evanescente ombra d’uomo, talmente inconsistente da poter essere passato da parte a parte con uno sguardo, talmente insignificante da non essere nemmeno disprezzato.
Tutto quello che voleva, mentre il freddo vento della sera sollevava la sua giacca e lo faceva rabbrividire, era ritornare alla sua vita di prima, ritornare ad essere nuovamente visibile e forse minacciare un salto dall’ottavo piano poteva essere un buon modo per farlo.
Già vedeva la gente dalla strada indicarlo, tra di loro il vecchio Anderson che lo implorava di ritornare e prendere il controllo dello studio, Mark Dean disperato che annunciava la sua uscita dal terribile mondo degli avvocati e tanta altra gente, tutta per lui.
Mentre questi pensieri scacciavano i brividi Oliver notò i primi curiosi che si radunavano sotto il palazzo, urlandogli chissà quale ragione per dissuaderlo, dovette mettersi gli occhiali al naso per distinguere tra questi anche la magra figura dell’avvocato Anderson.
Perfetto.
Subito dopo arrivarono le macchine della polizia e i pompieri con un grosso riflettore: era il momento.
Oliver si aggiustò frettolosamente la camicia e ripassò il discorso che aveva già abbondantemente studiato, aspettando il fascio di luce come un attore attende il suo occhio di bue per il monologo.
Il faro superò velocemente i piani sottostanti, il cuore di Oliver batteva all’impazzata.
Il faro passò, gli passò di fianco senza indugio e si fermò al nono piano, il cuore di Oliver si fermò di colpo.
Lentamente si staccò dal muro e vide, sopra di lui, sporgere dal cornicione un paio di scarpe a punta che, pur rimanendo immobili, si allontanarono molto velocemente.

Signorina del piano di fronte

Signorina del piano di fronte,
damigella del palazzo astante,
da tanti anni il mio unico pensiero
conquistarti per la vita intera
ma tutto quel ch’ottengo, invero,
è un amor che non varca la ringhiera

Mia bella diva, cameriera da bar
potresti mai a un letterato pensar?
Fatto non fui a viver come bruto
ma per seguir virtute e canoscenza
nella tua rete però son caduto
senza neppur addocchiare la lenza

Mia Beatrice, mia Laura ed Ermione
quanto langue la conversazione
io discorro di Carducci Giosuè,
Marx, Nietzsche e Pirandello
e tu, incurante, leggi solo Cioè
per gli sviluppi del Grande Fratello

Mia Cleopatra dal gergo burino
e io tonto e stolto, novel Calandrino,
Mi faccio il riporto a coprire la piazza
e in fronte alla finestra faccio flessioni
ma non son certo cavallo di razza
tra due e duemmezzo già sono a carponi

Splendida Circe, che in porco mi muti
getto i miei tomi insieme ai rifiuti
per ultima l’Iliade saluto con mano
e della battaglia scordo il lezzo,
appartiene a un futuro ormai lontano
pria di scoprire il pettegolezzo

Mia Messalina, non sai il magone
quando un giorno, dal mio balcone,
ti vidi ignuda sul tuo divano
impegnata qual novello Laocoonte
a contorcerti insieme ad un villano
nuovo arrivato del palazzo di fronte

Donna crudele, cupa meretrice
come puoi rendermi tanto infelice?
il cuore oltre l’ostacolo è l’ora di gittare
e le ringhiere non esiston più
ma la distanza non si volle annullare
me ne accorgo mentre cado giù.



Probabilmente dovrebbe andare con gli altri Piccoli uomini e Grandi passi..
non ne sono ancora certo.

la-p ha chiesto: no, nulla, La Favola del Coniglio Innamorato è bellissima

Troppo gentile :) grazie mille!

Piccoli uomini e grandi passi (Terzo racconto)

“Mi scusi, cosa è successo?”

“Una disgrazia, un uomo si è gettato dal tetto del grattacielo (vede lassù?) e si è schiantato nel parcheggio”

“Ma che cosa terribile”

“Eh già, figliolo, chissà cosa lo ha spinto a questo gesto..”

“Dicono che avesse problemi in famiglia”

“Eh sì, succede sempre così, lavoro duro, senza tempo per la moglie..queste cose succedono”

“Ma è una disgrazia..ancora non ci credo”

“Pare inoltre che avesse contratto un brutto debito..con persone poco raccomandabili..io non le dico niente ma lei mi capisce eh?”

“Sì certo..ma tutta questa gente schiacciata dal lavoro..che non ha altro modo per sbarcare il lunario..è logico che queste cose succedano”

“Impossibile..impossibile”

“Si dice che fosse stato appena licenziato per via di una storia con la moglie del suo capo..da qui tutto il resto!”

“Ma è logico, quando una persona è così oberata dal lavoro deve per forza arrangiarsi e trovarsi qualche svago..e quando queste cose succedono non bisogna stupirsi”

“Un incubo..deve essere un incubo”

“Mi scusi, buon uomo, ma la vedo così sconvolto..era forse un suo conoscente? Può darci altre informazioni”

“Sì coraggio, si confidi con noi, le farà bene..non si disperi: sono cose che succedono”

“Ma che conoscente e conoscente? Quel dannato ciccione è finito sulla mia macchina!”

“Sono cose che succ..SI FOTTA!”

Piccoli uomini e grandi passi (Secondo racconto)

Un giorno un uomo salì sul tetto di un altissimo palazzo.

Un giorno un uomo, stanco di una vita di delusioni, salì sul tetto di un altissimo palazzo.

Un giorno un uomo salì una lunga rampa di scale fino al tetto di un altissimo palazzo.

Un giorno un uomo si ritrovò sul tetto di un altissimo palazzo a guardare di sotto e a pensare alla vita di delusioni di cui era stanco.

Un giorno un uomo, sulla sommità di un altissimo palazzo, pensò a cose cui non aveva mai pensato prima.

Un giorno un uomo salì sul tetto di un altissimo palazzo, pensò a lungo e quindi ridiscese.
Molto, molto più velocemente.